Alcuni anni fa mi trovai a passare una serata in compagnia di amici di amici, persone che vedevo per la prima volta. Li raggiungemmo dopo cena a casa, erano attorno al tavolo e chiacchieravano, ridevano, ascoltavano musica.
C’era questa ragazza che quando rideva buttava la testa all’indietro e faceva venire una voglia incredibile di ridere con lei. E poi ruttava e scoreggiava in continuazione, con naturalezza e – oserei dire – grazia. La prima volta rimasi un po’ sconcertata e lei mi guardò con la coda dell’occhio. Mi accorsi, però, che nessun altro nella stanza mostrava di essersi accorto di nulla e sospettai che, in fondo in fondo, la ragazza avrebbe voluto che qualcuno reagisse in qualche modo, magari per disapprovarne il perbenismo o vai a sapere cosa. Invece nessuno diceva nulla e la serata fu molto piacevole.

Ecco.

Quando Camillo Langone (o quelli come lui) dalle pagine del Foglio scrive le vaccate che scrive, lo fa allo stesso modo: rutta rumorosamente in pubblico sperando che qualcuno disapprovi, per poter portare dalla sua quelli che invece difendono la libertà di rutto. Quindi, lasciamolo ruttare. La nostra vita sarà migliore e lui finirà per essere dimenticato.

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