Non è facile, in questi giorni in cui i tamburi dei media battono con insistenza a ritmo la storia delle libertà occidentali – prima fra tutte quella d’espressione – colpite dal terrorismo islamico, ascoltare voci dubbiose, incerte, che provano ad articolare una melodia di ragioni e non si accontentano di un’unica nota, battuta ancora e ancora, voci non auto assolutorie e auto consolanti.

Questa lettera che ho tradotto, scritta da quattro insegnanti di Seine-Saint-Denis, la periferia di Parigi di cui sentiamo parlare solo quando la disperazione brucia le automobili, apre uno squarcio di luce e ci impone interrogativi, anche a noi che non siamo francesi e non siamo stati direttamente colpiti dall’attacco a Charlie Hebdo.

Siamo professori di Seine-Saint-Denis. Intellettuali, scienziati, adulti, libertari, abbiamo imparato a fare a meno di Dio e a detestare il potere e il suo godimento perverso. Non abbiamo altro maestro all’infuori del sapere. Questo discorso ci rassicura, a causa della sua ipotetica coerenza razionale, e il nostro status sociale lo legittima. Quelli di Charlie Hebdo ci facevano ridere; condividevamo i loro valori. In questo, l’attentato ci colpisce. Anche se alcuni di noi non hanno mai avuto il coraggio di tanta insolenza, noi siamo feriti. Noi siamo Charlie per questo.

Ma facciamo lo sforzo di un cambio di punto di vista, e proviamo a guardarci come ci guardano i nostri studenti. Siamo ben vestiti, ben curati, indossiamo scarpe comode, siamo al di là di quelle contingenze materiali che fanno sì che noi non sbaviamo sugli oggetti di consumo che fanno sognare i nostri studenti: se non li possediamo è forse anche perché potremmo avere i mezzi per possederli. Andiamo in vacanza, viviamo in mezzo ai libri, frequentiamo persone cortesi e raffinate, eleganti e colte. Consideriamo un dato acquisito che La libertà che guida il popolo e Candido fanno parte del patrimonio dell’umanità. Ci direte che l’universale è di diritto e non di fatto e che molti abitanti del pianeta non conoscono Voltaire? Che banda di ignoranti… E’ tempo che entrino nella Storia: il discorso di Dakar ha già spiegato loro. Per quanto riguarda coloro che vengono da altrove e vivono tra noi, che tacciano e obbediscano.

Se i crimini perpetrati da questi assassini sono odiosi, ciò che è terribile è che essi parlano francese, con l’accento dei giovani di periferia. Questi due assassini sono come i nostri studenti. Il trauma, per noi, sta anche nel sentire quella voce, quell’accento, quelle parole. Ecco cosa ci ha fatti sentire responsabili. Ovviamente, non noi personalmente: ecco cosa diranno i nostri amici che ammirano il nostro impegno quotidiano. Ma che nessuno qui venga a dirci che con tutto quello che facciamo siamo sdoganati da questa responsabilità. Noi, cioè i funzionari di uno Stato inadempiente, noi, i professori di una scuola che ha lasciato quei due e molti altri ai lati della strada dei valori repubblicani, noi, cittadini francesi che passiamo il tempo a lamentarci dell’aumento delle tasse, noi contribuenti che approfittiamo di ogni scudo fiscale quando possiamo, noi che abbiamo lasciato l’individuo vincere sul collettivo, noi che non facciamo politica o prendiamo in giro coloro che la fanno, ecc. : noi siamo responsabili di questa situazione.

Quelli di Charlie Hebdo erano i nostri fratelli: li piangiamo come tali. I loro assassini erano orfani, in affidamento: pupilli della nazione, figli di Francia. I nostri figli hanno quindi ucciso i nostri fratelli. Tragedia. In qualsiasi cultura questo provoca quel sentimento che non è mai evocato da qualche giorno: la vergogna.

Allora, noi diciamo la nostra vergogna. Vergogna e collera: ecco una situazione psicologica ben più scomoda che il dolore e la rabbia. Se proviamo dolore e rabbia possiamo accusare gli altri. Ma come fare quando si prova vergogna e si è in collera verso gli assassini, ma anche verso se stessi?

Nessuno, nei media, parla di questa vergogna. Nessuno sembra volersene assumere la responsabilità. Quella di uno Stato che lascia degli imbecilli e degli psicotici marcire in prigione e diventare il giocattolo di manipolatori perversi, quella di una scuola che viene privata di mezzi e di sostegno, quella di una politica urbanistica che rinchiude gli schiavi (senza documenti, senza tessera elettorale, senza nome, senza denti) in cloache di periferia. Quella di una classe politica che non ha capito che la virtù si insegna solo attraverso l’esempio.

Intellettuali, pensatori, universitari, artisti, giornalisti: abbiamo visto morire uomini che erano dei nostri. Quelli che li hanno uccisi sono figli della Francia. Allora, apriamo gli occhi sulla situazione, per capire come siamo arrivati qua, per agire e costruire una società laica e colta, più giusta, più libera, più uguale, più fraterna.

« Nous sommes Charlie », possiamo appuntarci sul risvolto della giacca. Ma affermare solidarietà alle vittime non ci esenterà della responsabilità collettiva di questo delitto. Noi siamo anche i genitori dei tre assassini.

Catherine Robert, Isabelle Richer, Valérie Louys et Damien Boussard

Unisciti alla discussione

12 commenti

  1. Sono molto d’accordo il mio francese scolastico non mi consente di dire altro ma Je suis
    Conosco bene Marcello Paolozza e mi piacerebbe proseguire i contatti Francesca Del Grosso

  2. Je viens de lire le texte original. Pourquoi avoir “oublié” une partie d’une phrase où les auteurs parlent des juifs assassinés pour leur religion Porte de Vincennes ? Ils disent : “Ceux de Charlie étaient nos frères, comme l’étaient les juifs assassinés pour leur religion Porte de Vincennes “. Je suis troublée par cet oubli.

  3. Je me demande si ça n’a pas été ajouté par après, parce que je ne me souviens pas avoir lu ce passage. Je vais l’ajouter tout de suite.

  4. la gara a dire la cosa più originale, a tirarsi la croce addosso per mostrarsi consapevoli della cattiveria del sistema … per poi ovviamente non fare niente se non stimarsi con gli amici per la proprio posizione originale davanti all’aperitivo serale

    che noia orrenda

  5. “Siamo ben vestiti, ben curati, indossiamo scarpe comode, siamo al di là di quelle contingenze materiali che fanno sì che noi non sbaviamo sugli oggetti di consumo che fanno sognare i nostri studenti: se non li possediamo è forse anche perché potremmo avere i mezzi per possederli. Andiamo in vacanza, viviamo in mezzo ai libri, frequentiamo persone cortesi e raffinate, eleganti e colte. Consideriamo un dato acquisito che La libertà che guida il popolo e Candido fanno parte del patrimonio dell’umanità. Ci direte che l’universale è di diritto e non di fatto e che molti abitanti del pianeta non conoscono Voltaire? Che banda di ignoranti… E’ tempo che entrino nella Storia: il discorso di Dakar ha già spiegato loro. Per quanto riguarda coloro che vengono da altrove e vivono tra noi, che tacciano e obbediscano.”

    Credo che molti di noi si possano riconoscere in questa descrizione: è la sindrome da “complesso di colpa dell’uomo bianco”.
    Quali possono essere le reazioni?
    1) La vita è breve, abbiamo avuto culo a nascere in questa parte del mondo, godiamocela
    2) La nostra fortuna ci può permettere di aiutare i meno fortunati (i modi sono tanti e c’è ampia scelta)
    A me piace una terza opzione, anche se non è alternativa alla seconda.
    La vita per definizione è determinata dal caso, ma oltre il caso c’è quello che si chiama “libero arbitrio”. Io credo che il libero arbitrio sia lo strumento che l’uomo fortunatamente ha acquisito ed è utilizzato per limitare il caso o, che è la stessa cosa, per difendersi dalla natura. Lo utilizziamo ogni momento, dal momento che ci copriamo per il freddo, al momento che mandiamo persone a ruotare attorno alla terra sconfiggendo la legge di gravità. Io credo che anche, e soprattutto, il modo in cui ci organizziamo socialmente, economicamente e politicamente dipenda in larghissima parte dal libero arbitrio. Ne discende che se una società è ingiusta, la colpa è di “qualcuno” e l’unico modo di uscirne è usare il nostro libero arbitrio per identificare, capire e combattere questo “qualcuno”.
    Non è la via più semplice, anche perché, nella storia, in questi tentativi sono stati commessi molti errori e orrori, ma non vedo altre scorciatoie. Quindi è vero, siamo colpevoli: siamo “bianchi”, privilegiati, civili e ricchi in un mondo di “neri”, discriminati, incivili e poveri, ma le colpe non sono tutte uguali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *