Nel novembre 2008 a Catania viene sequestrato dalla magistratura l’Edificio 2 della Cittadella Universitaria che ospita al suo interno i laboratori della facoltà di Farmacia. Le motivazioni della Procura parlano di disastro ambientale e gestione di rifiuti non autorizzata nel periodo che va dal 2004 al 2007.

Le prime segnalazioni di malesseri e strani odori, però, risalgono al 2000 ed è dell’ottobre 2003 il memoriale denso di accuse su quanto accadeva nei laboratori del dipartimento di Scienze Farmaceutiche scritto dal giovane dottorando Emanuele Patanè pochi giorni prima di morire per un tumore al polmone.

Una storia profondamente italiana, fatta di cose che non funzionano, di controllori che non controllano, di anormalità che diventano normali e sono accettate senza discussione.

Io di questa storia non sapevo nulla, come molti fuori e dentro Catania, finché non mi ha contattata Costanza Quatriglio, un grande talento del nostro cinema che a questa storia ha dedicato anni di studi e ricerche, sperando, vanamente, di trovare un produttore disposto a credere nell’importanza di raccontarla sul grande schermo.

Costanza mi ha raccontato di come, nonostante l’assenza di produzione, una piccola squadra di professionisti abbia lavorato con passione e, nel giro di poche settimane, sia riuscita a confezionare il film “Con il fiato sospeso”. Mi ha raccontato la storia del laboratorio di Catania con una tale passione che non ho avuto dubbi e ho immediatamente accettato di aiutarla a creare qualcosa che potesse, usando la Rete, far continuare la vita del film oltre la Mostra del Cinema di Venezia e le sale cinematografiche in cui, speriamo, sarà proiettato.

Poi ho visto il film. Sul piccolo schermo del mio computer portatile, in una versione non ancora definitiva. Ma quei 35 minuti mi hanno convinta che valeva la pena dare il mio contributo, per quanto piccolo. Per diverse ragioni.

Innanzitutto, perché questa storia deve essere conosciuta. La sensazione è che si tratti solo della punta di un iceberg di cui non si conoscono le esatte dimensioni e solo una presa di coscienza collettiva e un dibattito pubblico possono aiutare a svelare la reale entità del problema e, speriamo, a far sì che qualcosa cambi. In questo senso, è importante che chi vive o ha vissuto situazioni analoghe sia messo in condizione di raccontare, perché viene rotto un isolamento, perché viene detto in modo chiaro che no, non è normale ciò che è successo per anni nel laboratorio di Catania e, chissà, forse in molti altri in giro per l’Italia.

E poi perché è un bel film, ben girato, ben costruito, perfettamente recitato da un’Alba Rohrwacher che si stenta a credere sia un’attrice che recita un ruolo tanto è brava a vivere e trasmettere la storia di Stella. Ed è un tentativo estremamente interessante di far evolvere e avanzare la forma “documentario”, con la scelta dell’autrice di usare la finzione per superare i limiti di ciò che è filmabile (non lo sono le persone che sono morte in questi anni, per esempio), creando un’esperienza per lo spettatore che solo la finzione avrebbe potuto restituire. La forza di questo film sta proprio nel non essere un reportage, un documentario classico con interviste a protagonisti e familiari di protagonisti della vicenda, con immagini delle udienze del processo. La finzione rende la storia di Stella universale. Il personaggio di Stella, del resto, è costruito ispirandosi a diverse storie realmente accadute e diventa così un simbolo, la rappresentazione personificata di quell’iceberg che è questa storia: quante altre Stella ci sono a Catania e in Italia? Non stiamo ascoltando la storia di una o più persone definite, stiamo ascoltando la storia di una generazione. E del resto il film si ispira esplicitamente al memoriale di Emanuele Patanè, letto dalla voce di Michele Riondino, che però denuncia fatti accaduti tra il 2000 e il 2003, quindi un periodo non interessato dalle indagini e dal processo in corso.

Il progetto che ho sviluppato in Rete con la collaborazione di Claudio Riccio comprende un sito internet realizzato con WordPress che ha lo scopo di presentare il film, raccontare la storia a cui è ispirato e, soprattutto, rompere l’isolamento, il senso di normalità e invitare a condividere storie, esperienze e testimonianze.

Inoltre, abbiamo programmato con Costanza Quatriglio una serie di tweet dal suo account personale che hanno lo scopo di raccontare il percorso del film, la nascita dell’idea, gli incontri avvenuti negli anni, il punto di vista, l’esperienza e il vissuto di Costanza in relazione alla storia e al film, per aggiungere all’esperienza dello spettatore un ulteriore livello di comprensione, un testo che aggiunge al testo del film uno strato di senso che la telecamera non può mostrare.

Raccontare una storia ed invitare a raccontarsi in relazione a quella storia è un passo importante per creare una maggiore consapevolezza, un senso di appartenenza alla storia, per farla vivere e crescere, perché prenda la propria strada e il film diventi solo uno spunto, un seme in grado di germogliare.

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13 commenti

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