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Da Sassuolo alla morte dell’ironia: è l’ora di finiamola

9 gennaio 2016/cose mie
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Io non sapevo chi fosse Simone Zaza.

Non che ora ne sappia molto di più, ma ho avuto modo di sapere che giocava nel Sassuolo e ora gioca nella Juventus. La storia è lunga e ci porterà molto lontani, da Sassuolo e dalla Juventus, quindi mettetevi comodi.

Una mattina di fine novembre Alessandro mi passa in chat questa immagine.

zaza

Grandi risate (tuttora, guardandola, rido) e decido di farne un post su Facebook.

L’intenzione è quella – chiara, sottolineata dal testo in giallo sull’immagine – di denunciare l’approssimazione con cui vengono fatte circolare notizie online, facendo diventare vere storie che non lo sono, inventando volti di delinquenti vari. E invece finisco per imparare in che squadra gioca Simone Zaza.

Il dito, la luna.

Giovedì il copione si ripete. Alessandro, chat, immagine. «Vuoi ritentare l’esperimento Zaza?».

mbutuAncora risate (di più, ché stavolta non ho bisogno della didascalia per sapere di chi si tratta). Post.

E qui è andata molto peggio. Perché non solo ho avuto diritto a un ripasso dell’intera filmografia di Morgan Freeman, ma ho preso anche ogni genere di insulto. E ho avuto modo di pensare.

L’immagine da cui è partito tutto, quella di Zaza spacciato per terrorista, è un tipo di immagine molto diffusa in Rete e, in particolare, su Facebook. I social network, come si sono sentiti ripetere alla nausea tutti quelli che ci lavorano, sono sempre più visuali. Lo sono per ragioni estrinseche (il nostro cervello tende a “processare” molto più rapidamente un’immagine rispetto a un testo) e per ragioni intrinseche (Facebook, ma anche Twitter, nel corso della sua evoluzione ha teso a dare sempre maggiore rilievo alle immagini nelle timeline e nel newsfeed, aumentandone le dimensioni e rendendole quindi più “evidenti”). Un social media manager sa che l’efficacia di un messaggio aumenta se questo viene abbinato a un’immagine di impatto. Inoltre, fino a pochissimo tempo fa, solo la didascalia di un’immagine o di un video era ricondivisa tale e quale quando qualcuno decideva di fare share del nostro post. Il testo introduttivo a un link, invece, andava perduto nella condivisione. Usare un’immagine e inserire il link nella didascalia era un modo per assicurarsi che, insieme al link, venisse diffuso anche il testo che introduce e invoglia alla lettura.

Poi ci sono i testi sopra all’immagine. Testi che, in qualche modo, si fanno immagine. Sono l’espediente tipico di chi vuole denunciare qualcosa e vuole essere sicuro che la propria denuncia risalti. Incorniciato dal testo l’oggetto dell’indignazione sembra quasi illuminato da un occhio di bue. In questi casi, poi, l’immagine non è bella, non attira l’attenzione per le qualità dei colori, dell’inquadratura, della composizione. In questi casi l’immagine è vera, non deve per forza essere di buona qualità, deve trasmettere realtà.

La potenza di queste immagini sta nell’essere autoevidenti, autoesplicative. Non c’è bisogno di testi di accompagnamento, di analisi, di dati… È la morte dell’informazione che pretende di celebrare il trionfo dell’informazione.

Nella maggior parte dei casi al centro dell’immagine ci sono persone, più raramente oggetti o luoghi, persone che si sono macchiate di delitti orribili, fosse anche solo aver attraversato deserti e mari per cercare scampo dalla guerra, dalla fame, dalla miseria. Sono stupratori, attentatori, migranti che rubano soldi allo Stato, mentre lo Stato lascia gli italiani alla fame. Nella maggior parte dei casi sono persone “comuni”, di cui si è sentito parlare magari nelle cronache locali, a volte nemmeno in quelle, perché le storie vengono inventate di sana pianta. Persone i cui volti sono sconosciuti e per i quali un volto vale un altro. Basta saper fare una ricerca su Google Images.

Se al posto di Morgan Freeman fosse stato utilizzato un volto meno noto del cinema statunitense, probabilmente staremmo parlando di un altro film: non quello in cui Morgan Freeman viene difeso da migliaia di internauti indignati e offesi con l’autrice del post, ma di quello in cui un signore di colore viene trattato da parassita (per usare un eufemismo e fermarmi solo a questo) da migliaia di cittadini inferociti per i presunti privilegi che spettano agli altri. Perché questo è il meccanismo. E sono sufficienti i due commenti sotto al post originale sul terrorista Zaza e un giro di una mezzora su Facebook per verificarlo.

Cos’è successo qui?

Qualcuno (e mi dispiace non sapere chi, dato che l’immagine mi è arrivata per lunghi giri) ha composto un’immagine evidentemente ironica. Da cosa si capisce che è ironica?

  1. Perché è stato scelto Morgan Freeman e non un attore meno conosciuto: è stato scelto perché fosse riconosciuto.
  2. Dal nome usato: Mbutu Dugongo. Vi ricorda qualcosa? Forse due?
  3. Perché la cifra scelta è ridicola (moltiplicate per 30 e poi tornate qui).
  4. Perché l’accusa (vestirsi elegante) è ridicola (e comunque con quei soldi al giorno per 30 giorni ci vestiremmo eleganti tutti).

Quindi, quale scopo ha questa immagine? Semplice e banale, dire: ridicolizzare questo genere di meme fatto da chi, invece, ha intenzione di aizzare odio e razzismo.

Cosa succede quando la condivido? Nel mio mondo ideale, la maggior parte delle persone ne ride, alcuni esplicitandolo e altri no, molti ignorano, una minoranza non riconosce Morgan Freeman perché non mette piede al cinema da 25 anni e ricondivide indignata perché BASTA E’ UNO SCHIFO DEVE FINIRE.

Nel mondo in cui ho condiviso quell’immagine, invece, questo mondo qui in cui viviamo, a una minoranza residuale di gente che evita le sale cinematografiche come la peste è corrisposta una maggioranza strabordante di persone che ha sentito l’impellente bisogno di far sapere a tutti che:

  1. Non sono mica scemo/a io! Ho capito che quello è Morgan Freeman!
  2. Sei proprio una scema Claudia Vago che non riconosci Morgan Freeman (mica come me)!
  3. Sei una razzista, fascistella, delinquente pericolosa che diffondi immagini allo scopo di fomentare il razzismo, Claudia Vago!

(Poi per fortuna ci sono anche quelli che hanno capito l’immagine, ma una strettissima minoranza, ahimé. Roba che potrei invitarvi a mangiare una pizza e troveremmo un locale che ci accoglie)

Mancanza di educazione alla lettura di immagini? Mancanza di educazione all’ironia e al sarcasmo? Mancanza di familiarità con la satira? Abuso di politically correct che rende impossibile fare battute su minoranze di qualsiasi tipo? Non lo so, credo ci sia un misto di tutte queste cose nelle reazioni che da ieri leggo a quel post (e a quelli che sono seguiti). C’è di sicuro una mancanza di abitudine a interrogarsi su ciò che si vede.

Per restare all’esempio specifico, se pure una persona non mi conosce e mi vede postare una cosa del genere prima di partire con i “razzista” e i “fascista” potrebbe dare un’occhiata a chi sono, alle cose che condivido. Chiedersi se è davvero possibile che io non abbia riconosciuto Morgan Freeman, rispondersi che no e cercare di capire quindi che cosa vuole dire quell’immagine, oltre al significato letterale.

Per tornare a un discorso generale, perché non è di me che stiamo parlando, noto sempre più spesso la totale incapacità di leggere i sottotesti, di dare a un testo (qualsiasi, anche a un video o a una fotografia) un’interpretazione che scavi un poco sotto alla superficie e al testo stesso. Viviamo in un mondo al primo grado, come direbbero i francesi, perdendoci completamente il secondo, che è quello in cui, generalmente, succedono le cose più interessanti.

Questa incapacità, abbinata alla vasta diffusione di questo genere di immagini che ha la pretesa di portare informazioni e illuminare di  verità produce un mix esplosivo che fa diventare vera qualsiasi leggenda metropolitana, che diventa fondamento della conoscenza di fenomeni (fate una prova e chiedete intorno a voi quante persone sanno “quanti euro vengono dati” a ogni migrante per averlo letto su Facebook grazie a uno di questi meme).

Quelle persone a cui non la si fa e hanno riconosciuto Morgan Freeman e dato a me dell’ignorante probabilmente sono convinte che ci sia in giro un tizio dal nome inventato che spaccia droga nei giardinetti e non viene arrestato. Sono quelle che, di fronte alle immagini che stiamo pubblicando in questa nuova pagina, ti dicono che Peter Sellers è un attore di tanti filmettini sull’India o che quella non è la Caritas, ma un negozio di Gucci.

Furbi, loro. Tristi e un po’ più poveri, noi.

 

Comments (7)

  • ilsensocritico / 9 gennaio 2016 /

    Io ho avuto un problema simile, ma con poche parole a commento di un link su Twitter
    https://twitter.com/muzzarca/status/684063059799838721

    Erano parole a metà strada tra il sarcastico e lo sconsolato. Qualcuno le ha prese come una celebrazione propagandistica renziana. Ho chiesto scusa per l’incomprensione ripromettendomi di essere più chiaro, visto che il dubbio era sorto pure a un mio follower.

    Condivido quindi il concetto base del suo post. Siamo portati ad una reazione immediata a ciò che vediamo/leggiamo sui social network, anche grazie ai famigerati tastini di condivisione che semplificano molto la diffusione di un post, senza darci il tempo di riflettere su ciò che abbiamo visto/letto.

  • Dietnam / 10 gennaio 2016 /

    Io non mi permetterei mai di dirti che sei una razzista perché un po’ conosco chi sei e cosa fai, ma quando scrivi “Nel mondo in cui ho condiviso quell’immagine” non hai messo l’opzione 4: qualcuno ci crede davvero, a queste immagini. Il vero problema non è dire “dai, è Morgan Freeman! Cosa cazzo condividi?”. Il problema son tutte le persone che non arrivano nemmeno a formulare tale pensiero, bypassandolo per arrivare direttamente a “che schifo, ora la condivido pure io, è giusto che la gente sappia in che mondo di merda viviamo”. Quindi il problema non è “furbi loro, poveri noi”, secondo me.

  • comevolevasidimostrare / 10 gennaio 2016 /

    prova

  • jvm / 10 gennaio 2016 /

    O magari il problema è che il tuo lol-caption, semplicemente, non faceva ridere.

  • Ezio Bruno / 10 gennaio 2016 /

    Son abbastanza d’accordo con Dietnam sopra. Sono molti quelli che non capiscono che il tipo non sia un attore noto e la foto un’evidente bufala, mettono dentro tutto l’astio per il mondo in cui vivono senza capirne nulla, condividono e aggiungono il commento “questo schifo deve finire”. Per questa ragione non pubblico mai nulla che non abbia controllato bene prima.

  • ericaorru / 11 gennaio 2016 /

    sì, ma la questa pizza che mi hai promesso dove sta?

  • Calenda Maia / 11 gennaio 2016 /

    Anche io mi arrabbierei se vedessi qualcuno che posta un’immagine così, e mi arrabbierei perché fra i miei contatti ci sono VERAMENTE persone che postano bufale senza capo né coda. Del tipo : il Senato vota con 550 voti a favore e 50 contro un aumento dello stipendio. Io commento : ma non lo sai che il Senato ha circa 300 senatori ? Risposta : embè chissenefrega, sono tutti dei ladrifracichidemmerda eccetera. Fra i miei contatti che postano bufale razziste tipicamente dal sito CatenaUmana ci sono due poliziotti, di cui uno è andato in prepensionamento a causa di un esaurimento nervoso. Consigliargli una bella psicoterapia in Italia nel 2016 è considerato un insulto. Quindi che fare? Secondo me ci sta che pubblichi queste notizie per ridicolizzare i siti tipo CatenaUmana, e ci sta che ti becchi anche gli insulti. Forse qualcuno si può ancora salvare dalla condivisione selvaggia.

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