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Contro la retorica del voto utile

26 maggio 2015/politicherie
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Ieri sera ho seguito su SkyTG24 il confronto fra quattro dei candidati alla presidenza della Regione Liguria.

Non voglio qui dilungarmi sull’inconsistenza di Giovanni Toti, candidato del centrodestra, paracadutato in una competizione elettorale della quale, è evidente, avrebbe fatto volentieri a meno. Vorrei glissare anche sull’atteggiamento eccessivamente studiato di Alice Salvatore, candidata del Movimento 5 Stelle, i cui gesti, sorrisi e parole sembravano soppesati a lungo e più volte ripetuti, come in uno spettacolo teatrale, alla faccia della presunta spontaneità.

Vorrei invece dire qualcosa su Raffaella Paita e la sua arroganza. L’arroganza con cui si è definita più volte “giovane” (ripetendo che ha 40 anni, come se a 40 anni si fosse ancora tecnicamente giovani) e implicitamente, quindi, estranea alla vecchia politica, come se negli ultimi 20 anni non avesse fatto vita di partito, ad ogni livello, rivendicando al tempo stesso la sua esperienza e il suo essere parte della macchina amministrativa regionale da tempo, con una evidente contraddizione che non pareva, però, disturbarla. L’arroganza con cui ha ripetuto, come fa da settimane, che il confronto in Liguria è tra due soli candidati, tra due sole parti politiche, tra due sole visioni e progetti: il PD e il centrodestra.

Eppure in quello studio televisivo erano in quattro e, stando ai sondaggi, pare che una parte consistente dell’elettorato ligure non ci stia a farsi inquadrare in un semplificatorio scontro a due, in un finto dualismo di posizioni che, a ben vedere, hanno moltissimi punti di contatto. E basterebbe scorrere la lista dei provvedimenti dell’attuale giunta regionale, di cui Paita fa parte, votati e sostenuti da centrosinistra e centrodestra insieme per rendersi conto che nella maggior parte delle questioni che contano davvero per la vita quotidiana dei liguri la distanza tra Paita e Toti è praticamente inesistente. Un esempio su tutti: la possibilità data ai primari degli ospedali pubblici di esercitare attività privata extramoenia.

Per tacere delle scandalose primarie del PD che hanno visto Paita vincitrice tra le polemiche e, soprattutto, le ombre decisamente consistenti di interferenze da parte di noti esponenti del centrodestra sul voto a favore di Paita. Perché con la giunta Burlando in questi anni abbiamo lavorato bene – dicevano – con lei abbiamo garanzia che continuerà ad essere così.

Ma fa comodo ridurre lo scontro a un noi contro loro, facile da raccontare nel paese del PD al 41%, il partito a vocazione maggioritaria che fagocita tutto e tutti, senza troppo sottilizzare, quello che da tre governi sta insieme al centrodestra con cui non smette di approvare leggi che tutto sono fuorché di centrosinistra, dal Jobs Act alla Buona Scuola.

Ridotto lo scontro a due contendenti la conseguenza è inevitabile: o stai con noi, o stai con loro. Ed è inevitabile, quindi, il ricorso alla retorica del voto utile: se non voti noi, se voti chiunque altro che non siamo noi, vincono loro.

La retorica del voto utile è quanto di più fastidioso esista, perché prescinde dai contenuti, dai progetti, dalle idee. Paita (e Renzi) non dice “vota noi perché faremo queste cose” ma “vota noi perché siamo l’unico argine alla destra”. E non curarti di quello che faremo, di come lo faremo.

Io credo che non ci si debba rassegnare allo stato delle cose, al meno peggio che è bene solo perché numericamente consistente. Credo sia giunta l’ora di chiedersi a cosa è utile il nostro voto, quando votiamo. E ora c’è un sito che vi aiuta a rispondere.

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