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Il video di Renzi, il giornalismo e le nuove forme di intermediazione

14 maggio 2015/cose di lavoro
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Il clima intorno al DDL sulla riforma della scuola – il cosiddetto “Buona scuola”, nome sul quale occorrerebbe aprire più di un capitolo di riflessione – continua ad essere teso, dopo lo sciopero generale del 5 maggio, le insultati dichiarazioni del ministro Boschi, il boicottaggio delle prove Invalsi.

In questo contesto è arrivato nel pomeriggio di mercoledì 13 maggio il video con cui Matteo Renzi, in piedi di fronte a una lavagna e con gessetti in mano, chiede 5 minuti (che sono poi 17) per spiegare le ragioni della “Buona scuola”.

Nelle stesse ore è arrivata a tutti gli insegnanti una mail inviata da matteo@governo.it (indirizzo a cui, mi dicono, non si può rispondere) che tenta di convincerli ad abbandonare la protesta e accettare la riforma.

Ma è il video, in particolare, che ha risvegliato la mia attenzione. Siamo nel pieno dell’era della disintermediazione di cui Renzi è grande fan, al punto da trasferirla dal piano della comunicazione a quello politico, con l’ormai evidente tendenza a saltare i corpi intermedi, dal partito ai sindacati alle associazioni di categoria, nell’elaborare e attuare le proprie proposte.

Non stupisce, pertanto, che Renzi non scelga una trasmissione tv, un’intervista a un giornale per raccontare le proprie ragioni. Appare naturale che, aiutato da una telecamera nemmeno troppo professionale, giri un video e lo pubblichi, senza traccia di montaggio, sul sito del governo, su Youtube (dove – ironia! – i commenti sono disabilitati) e, a seguire, su ogni altro social network. E’ perfettamente coerente che abbia scelto l’autopubblicazione online per distribuire il video, senza passare attraverso un editore, una testata, la pubblicazione controllata e mediata da altri. Senza doversi sottomettere a orari, palinsesti, spazi altrui, interazione con “padroni di casa” di studi televisivi…

E non aveva bisogno di passare attraverso una testata perché, questione di minuti, tutti hanno ripreso quel video ripubblicandolo nei propri canali (alcuni esempi: Repubblica, Corriere, La Stampa, Il fatto quotidiano, RaiNews24…)

Poco male, penserete, siamo un paese in cui l’informazione passa ancora, in larghissima parte, attraverso la tv. E sarebbe davvero un sollievo se non fosse che anche le tv hanno ripreso questo video, in maniera per lo più acritica.

Perché qui sta il punto, sollevato anche in un’interessante discussione sul profilo Facebook di Andrea Iannuzzi: il senso profondo della disintermediazione (comunicativa) operata da Renzi è che basta una telecamera e un account su Youtube per comunicare. Che i giornali e i giornalisti non servono più. O meglio, che in un mondo in cui al presidente del consiglio basta prendere una telecamera per raccontare il proprio punto di vista senza contraddittorio, senza fact checking, senza messa in contesto e in prospettiva giornali e giornalisti devono imparare a interpretare un nuovo ruolo, diverso. Se non sono più coloro che decidono tempi, spazi e modalità per la diffusione di notizie, non possono nemmeno essere coloro che si limitano a pubblicare, acriticamente, qualsiasi cosa passi.

Nel digitale cambiano i modi, ma la messa in contesto resta una funzione fondamentale di chi pratica il giornalismo. La presentazione di diversi punti di vista rimane un principio stabile.

Che sia fatto attraverso uno Storify, alla modifica del video attraverso il montaggio di interventi terzi, all’inserimento di testi e link in sovraimpressione, la funzione del giornalista non può venire meno solo perché il modo di distribuire i contenuti è cambiato.

Quindi, ben venga la disintermediazione. Ben venga l’uso del video di Renzi come “documento”. Ma se il giornalismo non si fa strumento di una nuova forma di intermediazione la nostra democrazia, già fragile e non proprio in salute, rischia di essere compromessa definitivamente.

 

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